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CASTING CORALE · TIER A & B
CAP. 12 / 24
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Cenere sulle terrazze
CAPITOLO 12 / 24

Cena in alto

Nora Vescovi

Cena in alto

Alma invitò Nia a cena senza pensarci abbastanza.

Lo fece dopo scuola, mentre lavoravano alla presentazione finale.

«Vieni su stasera.»

Nia la guardò.

«Su dove?»

«A casa.»

«Centodiciannove?»

«No, nel parcheggio.»

Nia sorrise.

«Chiedo.»

Mara disse sì.

Luca disse:

«A che ora torna?»

«Dieci.»

«Con quale ascensore?»

Mara lo guardò.

«È una torre, Luca.»

«Appunto.»

Nia salì con un pass ospite temporaneo che Alma le aveva generato dall'app. Questa volta il sistema accettò.

La D arrivò in trenta secondi.

Nia entrò.

Il pannello non aveva tutti i pulsanti. Solo destinazione autorizzata.

119.

La cabina partì.

Nia sentì le orecchie chiudersi.

Quattro minuti dopo era davanti alla porta Varenna.

La prima cosa che notò fu il silenzio.

Non il lusso.

Il silenzio.

Al diciassette c'era sempre qualcosa: ascensore, tubi, bambini, porte, ventilazione. Qui sentiva i propri passi.

Clea aprì.

«Nia.»

«Buonasera.»

«Entra.»

La casa era grande senza ostentazione. Legno scuro, vetro, pareti quasi vuote. La terrazza attraversava tutta la zona giorno.

Nia guardò fuori.

«Ok.»

Alma rise.

«Cosa?»

«Capisco perché pagate.»

Clea, dalla cucina:

«Finalmente.»

Tomas preparava qualcosa che odorava di spezie.

Leo giocava sul pavimento con un modello di treno verticale.

Nia si sentì meno fuori posto quando il bambino fece deragliare un vagone e imprecò.

«Leo.»

«Scusa.»

A tavola parlarono del progetto.

Tomas chiese:

«Avete deciso la tesi?»

Nia disse:

«La torre non è una città.»

Alma la guardò.

«Non avevamo deciso.»

«Lo sto decidendo.»

«Perché non è una città?» chiese Clea.

«Perché in una città puoi cambiare strada.»

Tomas appoggiò la forchetta.

«Interessante.»

Nia continuò.

«Qui se l'ascensore è lento, non prendi un'altra via. Se la terrazza è chiusa al tuo profilo, non vai in un altro parco senza scendere cento piani. Se il filtro è C, non apri la finestra e vai altrove.»

Alma disse:

«Però la torre ha più servizi di un quartiere.»

«Sì. Ma dipendi da chi li gestisce.»

Clea intervenne.

«Anche in una città.»

«Sì, ma ci sono più gestori, più strade, più spazi.»

Tomas annuì.

«Ridondanza.»

Nia non conosceva la parola in quel contesto.

«Cioè?»

«Alternative. Un sistema resiliente non è solo forte. Ha percorsi diversi.»

Alma sorrise.

«Quindi la torre ha bisogno di povertà?»

Tomas la guardò.

«Cosa?»

«Se tutti pagassero D, B sarebbe inutile.»

«No. Ha bisogno di sistemi non dipendenti dallo stesso punto.»

La conversazione andò avanti.

A un certo punto Clea chiese a Nia cosa volesse fare dopo scuola.

«Disegno.»

«Accademia?»

«Forse.»

«Quale?»

Nia fece il nome di una scuola nel centro.

Clea disse:

«Conosco una persona nel consiglio.»

Nia diventò rigida.

Alma lo vide.

Clea anche.

«Non intendevo raccomandazione.»

«Lo so.»

«Posso solo dirti quando fanno gli open day.»

«Grazie.»

Il momento passò, ma non del tutto.

Dopo cena Alma portò Nia sulla terrazza.

Le schermature erano aperte.

La cenere era sparita quasi completamente.

In basso, la città sembrava ordinata.

Nia appoggiò le mani al vetro.

«Da qui non si vede il diciassette.»

«No.»

«Da casa mia non si vede il centodiciannove.»

«La torre curva.»

«Non intendevo fisicamente.»

Alma rimase accanto.

«Com'è stato venire?»

«Veloce.»

«La D.»

«Sì.»

«Ti dà fastidio?»

Nia pensò.

«Mi piace.»

Alma rise.

«Traditrice.»

«È comoda. Il problema non è che esiste.»

«È?»

«Che B diventa peggio per farla esistere.»

Alma annuì.

Era la stessa distinzione dell'aria.

Comfort contro danno agli altri.

Quando Nia tornò a casa, l'ascensore D la portò al diciassette perché il pass ospite restava valido fino alle 22:30.

Luca aspettava davanti alla porta.

«Com'era?»

Nia tolse la giacca.

«Bello.»

«Quanto bello?»

«Molto.»

Mara era in cucina.

«Ti hanno trattata bene?»

«Sì.»

«E loro?»

Nia capì cosa chiedeva.

«Normali.»

Luca sorrise.

«Peccato.»

Nia andò in camera.

Sul quaderno del progetto scrisse una frase e la cancellò tre volte.

Alla fine lasciò:

La distanza sociale funziona meglio quando non devi odiare nessuno per mantenerla.


La cena al centodiciannove rimase a Nia più di quanto volesse ammettere.

Non per il panorama.

Per i dettagli domestici.

Il fatto che Clea lasciasse pile di documenti sul tavolo.

Che Tomas bruciasse il riso mentre parlava.

Che Leo avesse una crepa sullo schermo del tablet e nessuno l'avesse ancora sostituito.

La ricchezza non cancellava il disordine.

Lo rendeva meno costoso.

Questa distinzione la disturbò per giorni.

A scuola, quando un compagno disse “quelli del centodiciannove non hanno problemi”, Nia rispose troppo velocemente:

«Hanno problemi. Solo non gli stessi.»

Alma la guardò.

Non disse grazie.

Dopo le lezioni, le chiese:

«Ti senti obbligata a difenderci adesso?»

«No.»

«Sembrava.»

«Mi dava fastidio la frase.»

«Perché hai visto casa?»

«Perché ho visto persone.»

Alma annuì.

«È strano che serva una cena.»

«È strano che viviamo nello stesso palazzo e serva un invito.»

La settimana dopo, Nia invitò Alma a cena al diciassette.

Non per simmetria.

Almeno così disse.

Alma arrivò con una torta comprata in una pasticceria del centro.

Mara guardò la scatola elegante.

«Non dovevi.»

Clea aveva probabilmente detto esattamente la stessa cosa a Nia.

Alma entrò.

La prima cosa che notò fu il suono della ventilazione.

«È sempre così?»

Nia alzò gli occhi.

«Così come?»

«Si sente.»

Nia ascoltò.

«Sì.»

Non l'aveva mai percepito come rumore.

Alma invece non riusciva a ignorarlo.

Luca tornò tardi.

Si scusò.

«Turno.»

Alma vide i segni scuri sulle mani, anche dopo il lavaggio.

A tavola Elio fece domande sul centodiciannove.

«Avete una piscina?»

«No.»

«Un cinema?»

«La sala comune sì.»

«Robot?»

«Uno per pulire.»

«Qui anche.»

Mara disse:

«Il nostro si incastra sotto il divano.»

«Anche il nostro,» rispose Alma.

Elio sembrò deluso dal fatto che il robot dei ricchi avesse lo stesso difetto.

Dopo cena, Alma aiutò Nia a sparecchiare.

Mara protestò.

«Sei ospite.»

«Interno?»

Nia scoppiò a ridere.

Mara non capì.

Glielo spiegarono.

«Ospite interno è una delle cose più brutte che abbia mai sentito.»

«Vero?»

Alma asciugò i piatti.

La cucina era stretta. In tre ci si urtava.

Nia disse:

«Da voi potevamo avere una stanza per asciugare.»

«Da noi nessuno asciuga. Lavastoviglie.»

«Traditrice.»

Più tardi andarono sul balcone, ora pulito dalla cenere ma ancora segnato in un angolo.

Il vetro non proteggeva dal vento come al centodiciannove.

Alma si strinse nella giacca.

«Da qui la città sembra più vicina.»

«Perché lo è.»

«No. Intendo... senti le sirene. Le persone.»

«Sì.»

«Sopra sembra una mappa.»

Nia pensò.

«A me piacerebbe una mappa.»

Alma rise.

«Naturalmente.»

Non volevano scambiarsi le vite.

Questo diventò importante.

Il progetto non era una favola in cui chi aveva meno desiderava necessariamente salire e chi aveva più imparava che sotto era più autentico.

Nia voleva il silenzio della casa Varenna e il proprio quartiere vicino.

Alma voleva la terrazza alta e una torre meno segmentata.

Mara voleva un filtro migliore senza una rata eterna.

Clea voleva pagare un sistema comune senza consegnare più dati del necessario.

Desideri incompatibili solo in parte.

Quando Alma tornò a casa, la D era disponibile ma scelse B.

Non per penitenza.

Per vedere la differenza dopo cena.

Aspettò sette minuti.

Entrò con cinque persone.

Al settantaquattro una bambina le chiese di premere il pulsante.

«Quale?»

«Ottantuno.»

Alma lo fece.

Il gesto era banale.

Nella D non succedeva quasi mai. La cabina conosceva già le destinazioni dei profili.

Con B, per alcuni minuti, le persone dovevano ancora chiedersi cose.

Alma non trasformò neanche questo in una metafora.

Lo scrisse solo nel diario:

B: più lento. Più persone. Più interazione casuale.

Poi aggiunse:

Non necessariamente meglio.

Aveva imparato anche quello.


Le due cene modificarono il progetto in un modo difficile da misurare.

Nia e Alma smisero di usare le case come sfondi astratti.

Quando scrivevano “unità premium”, Alma pensava alla cucina di sua madre e al treno rotto di Leo.

Quando scrivevano “fascia bassa”, Nia pensava al rumore della ventilazione, a Yara, a Bassi, a Elio sul pavimento.

Le categorie rimasero necessarie.

Ma avevano acquisito peso umano sufficiente a non sembrare persone.

Dalia notò il cambiamento nella bozza.

«Meno slogan.»

«È un complimento?» chiese Nia.

«Molto.»

«Peccato.»

La presentazione iniziò con due fotografie senza persone.

Una finestra del diciassette dopo la cenere.

Una schermatura del centodiciannove.

Sotto non scrissero “povero” e “ricco”.

Scrissero:

3H 12M. 22H.

Poi cominciarono a spiegare tutto ciò che c'era tra quei due numeri.


Anni dopo, Nia avrebbe ricordato le due cene più dei grafici.

Non perché fossero state decisive politicamente.

Perché avevano trasformato la scala verticale in interni concreti.

Nel presente, però, il giorno dopo la cena al diciassette Alma fece una cosa molto meno poetica: misurò il rumore.

Portò un fonometro scolastico.

Casa Ferri, soggiorno, sera: picchi frequenti legati a ventilazione e corridoio.

Casa Varenna: molto più stabile.

Il rumore non era parte di AirShield.

Eppure influenzava sonno, studio, qualità di vita.

«Un altro servizio premium?» chiese Nia.

Tomas spiegò che parte dipendeva dall'isolamento costruttivo e parte dalla densità di impianti.

La torre non avrebbe potuto uniformarlo facilmente.

Il progetto decise di non allargarsi.

Dalia disse:

«Una buona ricerca sa anche cosa lascia fuori.»

Nia trovò frustrante abbandonare un problema reale.

Poi capì che inserirlo senza tempo per studiarlo sarebbe stato peggio.

Lo lasciarono nella sezione “domande future”.

Non tutto ciò che merita attenzione deve entrare nella stessa soluzione.


Quando Nia mostrò a Mara la frase “La distanza sociale funziona meglio quando non devi odiare nessuno per mantenerla”, Mara la lesse due volte.

«Bella.»

Nia sorrise.

«Ma?»

«Ma sembra che nessuno faccia scelte.»

«Non è quello.»

«Lo so. Però attenzione a non trasformare il sistema in un fantasma senza persone.»

Nia rimase in silenzio.

Era un'altra correzione importante.

Le strutture distribuivano incentivi e limiti, ma venivano progettate, votate, mantenute, accettate, contestate da persone.

Non serviva un cattivo individuale.

Serviva comunque responsabilità.

Nia lasciò la frase nel quaderno privato e nel progetto usò una formulazione più precisa.


La cena al centodiciannove ebbe una conseguenza che nessuno aveva previsto: Nia cominciò a notare il silenzio.

Non quello delle persone. Quello dell'appartamento.

La casa dei Varenna non aveva il ronzio che il diciassette produceva anche di notte. Non vibrava quando partiva il ricambio. Non si sentivano tubi nei muri. Le porte interne si chiudevano senza trascinare aria sotto la soglia.

Quando tornò a casa propria, alle ventidue e diciotto, rimase ferma in corridoio ad ascoltare.

Ventola.

Scarico.

Cabina B che passava due piani più sotto.

Un colpo nel montante dell'acqua.

Mara la trovò così.

«Che fai?»

«Rumore.»

«Grazie.»

«No, ascolto.»

Luca uscì dalla camera.

«Se senti il tic nel muro vicino alla porta, non è grave.»

«Lo so.»

«Come fai?»

«Non lo so. È sempre stato qui.»

La frase le rimase addosso. Alcune differenze erano così costanti da smettere di essere percepite come differenze.

Il giorno dopo raccontò ad Alma che a casa sua il frigorifero sembrava improvvisamente rumoroso.

Alma rispose: «Da noi il sistema maschera anche i picchi sonori della ventilazione.»

«Maschera?»

«Compensa.»

«Cioè avete un rumore che cancella il rumore.»

«Più o meno.»

«È la cosa più ricca che abbia mai sentito.»

Alma rise, poi divenne seria.

«Non ci avevo mai pensato.»

Quella settimana inserirono nel progetto un piccolo esperimento acustico. Niente dispositivi professionali, solo misure indicative in orari comparabili. Dalia impose una premessa enorme: dati non certificati, non conclusivi.

Il risultato fu meno spettacolare di quanto Nia sperasse. Alcuni piani medi erano più silenziosi dei piani alti vicino alle unità tecniche. Il diciassette aveva picchi più frequenti. Il centodiciannove aveva un fondo stabile molto basso. La terrazza 42, quando il vento tirava da ovest, era più rumorosa di entrambe.

«Quindi neanche il rumore segue i soldi perfettamente,» disse Nia.

«Niente segue i soldi perfettamente,» rispose Alma.

«Questa sembra una frase ricca.»

«E tu sembri insopportabile.»

La cena aveva cambiato anche Alma. Quando scese al diciassette qualche sera dopo, smise di trattare ogni oggetto come se fosse una dimostrazione sociologica. Mara la fece sedere in cucina e le diede una fetta di torta confezionata.

«Non fotografarla.»

Alma abbassò il telefono.

«Non stavo...»

«Stavi.»

Nia rise.

Mara le chiese del fratello. Alma raccontò di Leo, delle sue lezioni di musica e del fatto che aveva distrutto un piccolo drone in salotto tentando di programmarlo.

Elio, sentendo la parola drone, comparve immediatamente.

Nel giro di dieci minuti i due bambini stavano litigando su quale motore fosse migliore.

Per una sera il diciassette e il centodiciannove non furono categorie.

Poi arrivò una notifica dell'ascensore.

TEMPO STIMATO PER PROFILO OSPITE: 11 MINUTI.

Alma mostrò lo schermo.

«Undici?»

Nia prese il proprio.

«Per me sette.»

«Sono ospite.»

«Benvenuta nel sistema standard.»

Aspettarono insieme nel corridoio. Al nono minuto Alma disse: «È lungo.»

«Sì.»

«Pensavo di sapere cosa vuol dire sette minuti.»

«Sette non sono undici.»

«Intendo aspettare.»

Nia la guardò.

La differenza tra conoscere un dato e abitare il tempo del dato era entrata nel progetto senza che Dalia dovesse insegnarla.

Quando la B arrivò, dentro c'era Bassi con due sacchetti della spesa.

«Principessa!» disse vedendo Alma.

Nia trattenne il fiato.

Alma rispose: «Questa sera sono ospite standard.»

Bassi la studiò, poi alzò uno dei sacchetti.

«Allora reggi le arance.»

Gliele consegnò.

Salirono di centodue piani con un sacchetto ciascuno.

Alma arrivò a casa e lasciò le arance sul tavolo di Clea.

«Da dove vengono?»

«Dal diciassette.»

«Avete un mercato?»

«È complicato.»

Clea ne prese una.

«Quasi tutto lo è.»