Intervista della Biblioteca — Ishaan Moro
Stato: materiale editoriale Biblioteca; non ancora trasmesso come intervista NM24.
Biblioteca: Perché una metropolitana?
Ishaan Moro: Perché è uno dei pochi luoghi in cui una città accetta di diventare un sistema. Entriamo da un punto, usciamo da un altro, passiamo attraverso porte, sensori, orari e regole. Volevo capire cosa succede quando una persona smette di essere un passeggero e diventa un'anomalia.
Biblioteca: Ennio Ravel non è un investigatore classico.
Ishaan Moro: Era importante che non lo fosse. È un uomo che controlla biglietti e registri. La sua qualità principale è l'ostinazione amministrativa. All'inizio sembra quasi un limite; poi diventa la ragione per cui continua a guardare una riga che tutti gli altri avrebbero chiuso.
Biblioteca: Il romanzo insiste molto sulla frase “una persona entra, una persona esce”.
Ishaan Moro: È la forma più semplice del problema. Le grandi strutture tendono a parlare di volumi, errori, percentuali. Ennio scopre che dietro una differenza di uno c'è qualcuno con un nome. Non volevo che il mistero si risolvesse con un super-hacker o con una tecnologia magica. Si risolve quando qualcuno decide che un errore piccolo merita comunque attenzione.
Biblioteca: Zero è un luogo criminale, ma nel romanzo non è completamente monolitico.
Ishaan Moro: Perché i sistemi più pericolosi raramente sopravvivono facendo soltanto cose indifendibili. Zero protegge anche persone, e proprio questo permette a molti di giustificarne l'esistenza. La domanda non è soltanto “chi è il cattivo?”, ma cosa succede quando un'infrastruttura utile diventa abbastanza opaca da poter essere comprata per scopi incompatibili tra loro.
Biblioteca: La violenza è presente ma lascia sempre conseguenze.
Ishaan Moro: Se un personaggio spara a qualcuno e nella scena dopo è tutto dimenticato, il mondo perde peso. Volevo che ferite, paura, responsabilità e senso di colpa restassero dentro la storia.
Biblioteca: Cosa rappresentano le 03:17?
Ishaan Moro: All'inizio sembrano un'ora maledetta. Poi diventano qualcosa di più banale e quindi più inquietante: una vecchia finestra tecnica che nessuno ha chiuso e che qualcuno ha imparato a monetizzare. La città cyberpunk, per me, è soprattutto questo: il futuro costruito sopra vecchi errori che continuano a funzionare.