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CAP. 05 / 24
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CAPITOLO 05 / 24

SottoLinea

Ishaan Moro

SottoLinea

Nel livello profondo trovarono segni di persone che non appartenevano alle squadre armate. Una coperta arrotolata in una nicchia. Due bottiglie d'acqua. Un vecchio libro di carta con metà pagine bagnate.

Ennio lo raccolse. Era un romanzo economico. Qualcuno aveva segnato una frase a matita.

«Non sembra una postazione di sicurezza,» disse.

Mei osservò la nicchia. «Forse qualcuno vive qui.»

«Senza registro?»

«Ti sorprende ancora?»

Più avanti trovarono un piccolo altare improvvisato: una candela elettrica, tre fotografie, un nome inciso sul muro. KAI.

Ennio pensò alle persone che la città non vedeva. La rete profonda poteva essere anche un rifugio, non soltanto una macchina di trasferimento. Questo complicava tutto.

«Non possiamo trattare chiunque troviamo qui come complice,» disse.

«Finalmente,» rispose Mei.

«Cosa?»

«Stai imparando che una mappa non ha una morale.»

Attraversarono un passaggio dove il calore era così forte da far vibrare l'aria. Mei spiegò che sopra correvano condotte di raffreddamento di un data center. «Il calore viene scaricato qui sotto perché sopra vogliono terrazze fredde.»

Ennio guardò il sudore sulle proprie mani. «La città butta sotto quello che non vuole sentire.»

«Calore, acqua, rumore, persone.»

«Ottimista.»

«Realista.»

Il sensore chimico segnalò resina K-14. Seguirono la concentrazione fino a una giunzione nuova. Dietro il pannello c'era un cavo in fibra ottica recente.

«Questo non è legacy.»

Mei sorrise amaro. «No. Qualcuno ha messo fibra nuova dentro una rete vecchia.»

«Quindi non è sopravvissuta per inerzia.»

«È mantenuta.»

Ennio fotografò il numero di serie del cavo. «Possiamo sapere chi l'ha comprato?»

«Se non è stato riciclato.»

«Sempre forse.»

«La realtà è piena di forse.»

Pochi minuti dopo videro il locale con i codici PAX attraverso la griglia. Ennio avrebbe voluto registrare, ma Mei lo fermò. «Il tuo dispositivo emette.»

«Anche in modalità offline?»

«Abbastanza.»

Lei tirò fuori una microcamera cablata e la fece passare attraverso la grata. Registrò venti secondi. Tre uomini, una mappa, una lista.

«Adesso abbiamo un'immagine.»

«E cosa facciamo?»

«Usciamo.»

«Non sappiamo dove sono i PAX.»

«Se restiamo, diventiamo due righe.»

Ennio odiava che avesse ragione.

Poi sentirono i passi sopra e non ebbero più scelta.\n Il primo accesso alla Tratta Industriale 6 era dietro un impianto di riciclo aria che nessuno aveva pulito da anni.

Mei arrivò con venti minuti di ritardo e un sacco di attrezzi più grande di lei.

«Avevi detto che non venivi.»

«Ho cambiato idea.»

«Perché?»

«Perché il TERN-4 ha ricevuto un handshake a mezzogiorno.»

«Pensavo fosse previsto alle 03:17.»

«Anch’io.»

«Quindi?»

«Quindi qualcuno ci ha parlato.»

Ennio guardò il cancello davanti a loro.

«Da dove?»

«È quello che voglio scoprire.»

Sira era rimasta fuori.

Non per volontà.

Ennio le aveva mentito dicendo che la pista si era chiusa. Sira aveva risposto con un insulto e poi non aveva più scritto.

Meglio così, si disse.

Non ci credette.

Mei collegò un bypass al pannello.

«Se il sistema centrale vede questo accesso?»

«Vedrà un test manutenzione.»

«E se qualcuno controlla il test?»

«Vedrà due idioti che perderanno il lavoro.»

Il cancello si aprì.

Dietro c’era una scala che scendeva.

L’aria cambiò quasi subito. Più calda. Umida. Con un odore di metallo e ozono.

«Benvenuto nella SottoLinea,» disse Mei.

«Si chiama davvero così?»

«No. Ma tutti i tecnici la chiamavano così.»

«Tutti?»

«Quelli vecchi.»

«Tu non sei vecchia.»

Mei gli lanciò uno sguardo.

«Continua a scendere.»

Dopo tre livelli la rete mobile sparì.

Dopo cinque, anche il badge di Ennio perse sincronizzazione.

Dopo sette, il rumore della città scomparve del tutto.

Restò solo quello dei condotti.

La Tratta Industriale 6 era larga abbastanza per un convoglio, ma le rotaie erano parzialmente coperte da cavi, tubi e passerelle aggiunte negli anni. Ogni cinquanta metri c’erano nicchie di manutenzione.

Mei passò la mano su una rotaia.

«Usata.»

«Quanto recentemente?»

«Non lo so.»

«Ieri?»

«Può essere.»

Camminarono.

Il calore aumentava.

Ennio sentiva la camicia attaccarsi alla schiena.

«Perché qui sotto fa così caldo?»

«Data center, linee energetiche, condotte termiche. Neo Milano butta il calore in basso.»

«Comodo.»

«Per chi vive sopra.»

Raggiunsero un bivio.

A sinistra, il tunnel continuava verso Canali Vecchi.

A destra, una galleria più stretta.

Mei controllò la mappa.

«Questa non c’è.»

«Come non c’è?»

«Non esiste.»

Ennio la illuminò.

Pareti più recenti. Cavi nuovi. Segnaletica senza logo.

«Qualcuno l’ha costruita.»

«Sì.»

«Quanto costa scavare una galleria così?»

«Abbastanza da non farlo per hobby.»

Un rumore li fece fermare.

Passi.

Non davanti.

Sopra.

Mei spense la torcia.

Ennio sentì il cuore accelerare.

Qualcuno camminava su una passerella metallica sopra il tunnel.

Una luce attraversò le grate.

Ennio e Mei rimasero contro il muro.

La luce passò.

Poi tornò.

Una voce maschile.

•

Tra un passaggio e l'altro, Ennio e Mei finirono a parlare di le persone che vivevano sotto. lasciarono acqua e una coperta nella nicchia senza toccare l'altare.

Mei rispose dopo un momento. «Nemmeno io sapevo quale fosse questo.»

«Molto confortante.»

«Non voleva esserlo.»

Indagare non autorizza a occupare ogni spazio nascosto.

«Controlla il bypass.»

Un’altra voce.

«Già fatto.»

«Segnale non registrato.»

Mei guardò Ennio.

Qualcuno aveva visto il loro accesso.

La prima voce disse:

«Potrebbero essere manutentori.»

«A quest’ora?»

«Trovali.»

I passi accelerarono.

Mei sussurrò: «Via.»

Corsero nel tunnel non mappato.

Dopo cinquanta metri incontrarono una porta.

Bloccata.

Mei tirò fuori il bypass.

«Quanto?»

«Trenta secondi.»

«Ne abbiamo dieci.»

«Allora smetti di parlare.»

Ennio sentì i passi dietro.

La porta scattò.

Entrarono.

Mei la richiuse.

Dall’altra parte c’era una camera tecnica piena di cilindri di raffreddamento. Il rumore era assordante.

«C’è un’altra uscita?» gridò Ennio.

Mei indicò una passerella.

Salirono.

Sotto di loro, la porta si aprì.

Due uomini entrarono.

Uno portava un fucile compatto.

Ennio smise di pensare.

Corse.

Un colpo esplose.

Il proiettile colpì un tubo.

Vapore.

Mei urlò.

Ennio si voltò.

Lei era a terra.

«Mei!»

«Non sono stata colpita.»

Un secondo colpo.

La passerella vibrò.

Mei si rialzò zoppicando.

«Caviglia.»

Ennio la afferrò.

Raggiunsero una botola.

Mei la aprì.

Sotto c’era un condotto.

•

A locale pompe, un operaio di notte passò senza notarli dietro una grata. Ennio capì che il sottosuolo aveva una popolazione che non coincideva con quella delle mappe.

Fu una consolazione modesta. Anche una responsabilità.

«Vai.»

«Tu?»

«Vai!»

Ennio scese.

Mei saltò dopo di lui.

Il condotto era stretto.

Strisciarono.

Dietro, qualcuno aprì la botola.

Una torcia illuminò il tubo.

Ennio e Mei accelerarono.

Il condotto finì in una grata.

Bloccata.

«No,» disse Ennio.

Mei spinse.

Niente.

Dietro di loro, la luce si avvicinava.

Mei tirò fuori un utensile.

«Tieni.»

«Cosa?»

«La grata.»

Ennio tirò.

Mei tagliò due punti di saldatura.

La grata cedette.

Caddero in un canale di drenaggio.

Acqua fino alle ginocchia.

Corsero.

Il canale li portò fuori dalla galleria.

Quando emersero in un locale di pompe, Mei si appoggiò al muro.

La caviglia era gonfia.

Ennio controllò.

«Non è rotta.»

«Come fai a saperlo?»

«Non lo so.»

Mei rise, senza fiato.

«Bravo.»

Si sedettero.

Ennio sentiva ancora i colpi.

«Chi erano?»

«Non manutentori.»

«Questo l’avevo capito.»

Mei guardò il sacco.

«Ho perso metà degli attrezzi.»

«Mi dispiace.»

«Mi devi duemila crediti.»

«Non li ho.»

«Allora vivi abbastanza da pagarmi a rate.»

Ennio si appoggiò al muro.

Poi vide qualcosa sulla giacca di Mei.

Una striscia bianca.

Polvere.

La stessa resina giallastra era attaccata al tessuto, mescolata a particelle nere.

Grafite.

«Siamo nella tratta giusta.»

Mei annuì.

«Sì.»

«E quella galleria?»

«Nuova.»

«Dove porta?»

«Non lo so.»

Ennio guardò il proprio badge.

Era tornato online.

Un messaggio lo aspettava.

Da Ivo.

DOVE SEI?

Ennio non rispose.

Prima di scendere nella Tratta Industriale 6, Mei costrinse Ennio a lasciare il badge principale in un armadietto e gli diede un vecchio trasmettitore a corto raggio.

«Se perdi questo, non chiamarmi.»

«Se lo perdo, come ti chiamo?»

«Esatto.»

Aveva anche portato due maschere filtranti, una torcia magnetica e un piccolo sensore chimico. Ennio la guardò prepararsi.

«Hai detto che non inseguivi treni fantasma.»

«Non inseguo treni. Inseguo protocolli.»

«Molto diverso.»

«Per me sì.»

La discesa li portò sotto quartieri che Ennio conosceva soltanto dalla superficie. Sentiva sopra di loro il passaggio distante della città: compressori, ascensori di carico, linee energetiche. Ogni rumore aveva una direzione, ma nessuno aveva un volto.

Mei si fermò davanti a una nicchia. «Vedi queste tacche?»

Sul cemento c'erano numeri segnati a vernice: 41, 42, 43.

«Che sono?»

«Quote di emergenza.»

«La mappa pubblica arriva fino a trentasei.»

«Appunto.»

Ennio pensò alla frase di Orsi che ancora non conosceva, ma che la città sembrava già ripetergli: una seconda anatomia.

Più scendevano, più trovavano segni di uso recente. Fascette nuove su cavi vecchi. Una lampada a LED montata sopra un quadro degli anni Novanta. Un sensore biometrico accanto a una serratura meccanica.

«Qualcuno modernizza solo quello che gli serve,» disse Mei.

«Risparmia.»

«No. Nasconde.»

Raggiunsero un punto in cui la galleria si allargava. A terra c'erano impronte di ruote larghe e profonde. Mei le misurò.

«Carico pesante.»

«Convoglio?»

«O carrelli industriali.»

Ennio illuminò una parete. C'era un simbolo tracciato con vernice bianca: un quadrato aperto su un lato.

«Lo conosci?»

Mei scosse la testa. «Ma è recente.»

Lo fotografò.

Poco dopo sentirono voci attraverso una griglia. Si fermarono.

«...arrivo alle tre e diciassette...»

Una seconda voce rispose troppo bassa per capire.

Ennio guardò Mei.

Lei indicò silenzio.

Si avvicinarono alla griglia. Dall'altra parte c'era un locale operativo. Tre persone. Uno schermo con una planimetria. Una colonna di codici.

PAX-07.\nPAX-11.\nPAX-04.

Ennio sentì un impulso a entrare. Mei lo trattenne per la giacca.

«Non sappiamo chi sono.»

«Sono persone.»

«Non sappiamo se sono armati.»

«Hanno un elenco.»

«E noi adesso abbiamo visto l'elenco.»

Una delle persone nel locale si alzò. Ennio intravide una patch grigia sulla spalla: nessun logo, soltanto una linea bianca.

La stessa giacca degli uomini a Bovisa.

Mei arretrò.

«Via.»

Si mossero fino al bivio non mappato. Il sensore chimico iniziò a vibrare.

«Cosa rileva?»

«Solventi, resina, ozono.»

«La K-14?»

«Possibile.»

Mei raccolse una scaglia gialla da una giunzione. La chiuse in una bustina. «Adesso abbiamo un campione.»

«Per cosa?»

«Per dimostrare che non stiamo inseguendo una leggenda.»

Ennio la guardò. «A chi?»

Mei non rispose.

Dalla passerella superiore arrivarono passi.

Il primo uomo disse: «Controlla il bypass.»

Il resto diventò corsa.

Dopo essere usciti nel locale pompe, però, non si mossero subito. Mei appoggiò la schiena al muro e chiuse gli occhi mentre Ennio fasciava la caviglia con una benda elastica del kit.

«Fa male?»

«No, sto facendo facce per divertimento.»

«Puoi camminare?»

«Posso insultarti mentre cammino.»

«Quindi sì.»

Ennio controllò il proprio fianco. Una scheggia di metallo gli aveva tagliato la camicia, ma non la pelle. Per pochi centimetri il primo colpo avrebbe potuto aprirgli l'addome.

Si sedette. La paura arrivò soltanto adesso, sotto forma di tremore alle mani.

Mei lo notò. «Prima volta?»

«Prima volta cosa?»

«Che ti sparano addosso.»

Ennio annuì.

«Non passa.»

«Ottimo.»

«Impari solo a sapere quando sta arrivando.»

«Da dove lo sai?»

Mei guardò la propria mano sintetica. «Non è sempre stata sintetica.»

Ennio capì di non dover chiedere.

Il suo telefono tornò online. I messaggi di Ivo erano già lì.

NON TORNARE SOTTO.

Quando Mei gli fece notare l'orario, Ennio non provò più paura. Provò qualcosa di peggio: la sensazione che l'errore non fosse entrare in una rete segreta.

L'errore era credere di esserci entrati senza essere attesi.\n Un secondo messaggio.

NON TORNARE SOTTO.

Ennio mostrò lo schermo a Mei.

•

Nel silenzio di SottoLinea, Ennio osservò la candela elettrica nell'altare improvvisato e si accorse che la parte più difficile non era trovare nuovi fatti. qualcuno viveva sotto senza essere parte di Vanta.

Non tutti i nascosti sono nemici.

Lei lo lesse.

«Lui sa.»

«Sa cosa?»

«Che sei qui.»

«Forse ha visto l’accesso.»

«No.»

Mei indicò l’orario del messaggio.

Era arrivato tre minuti prima che aprissero il cancello.

Ennio sentì freddo, nonostante il calore del locale.

Ivo lo aveva avvertito prima che entrasse.

Non li aveva scoperti.

Li stava aspettando.