Il vagone fantasma
Il vagone fantasma
Il laboratorio che analizzò il sangue era una stanza dietro una farmacia notturna. Il tecnico non chiese nomi. Guardò la capsula, chiese cinquecento crediti e disse di tornare dopo un'ora.
«Cinque cento?» disse Ennio.
Mei lo guardò. «Vuoi fattura?»
Aspettarono in un locale aperto tutta la notte. Sira non toccò il cibo.
«Se il tipo che ho colpito muore?» chiese.
«Non era molto sangue,» disse Mei.
«Non significa niente.»
Ennio disse: «Hai sparato perché era entrato in casa tua.»
«Lo so cosa ho fatto.»
«Non sto giustificando.»
«Sembra che tutti vogliano giustificare qualcosa.»
Mei appoggiò il bicchiere. «La colpa serve se cambia cosa fai dopo. Altrimenti è solo dolore con un'opinione alta di sé.»
Sira la fissò. «Questa te la sei preparata?»
«Sì, da quando ho perso il braccio.»
Ennio lasciò che il silenzio restasse.
Il risultato arrivò: uomo, circa quaranta-cinquant'anni, presenza di un coagulante militare e un marker sintetico usato in alcuni impianti di sicurezza. Nessuna identità.
«Militare?»
«O ex,» disse Mei. «Vanta potrebbe assumere personale addestrato.»
Il tecnico aggiunse: «C'è anche una traccia di resina industriale.»
«K-14?»
«Sì.»
Il sangue collegava l'intruso ai tunnel. Non un nome, ma una continuità.
Mei salvò il risultato offline. «Adesso sappiamo che chi ha seguito Sira lavora o passa nella rete profonda.»
Ennio pensò a quante prove piccole stavano accumulando: resina, foto, audio, vibrazione, video termico, sangue. Nessuna bastava da sola. Insieme cominciavano a formare qualcosa che non poteva più essere archiviato come coincidenza.
Quando montarono il ricevitore per il tracker, Sira gli raccontò che Nilo aveva costruito il dispositivo da due componenti diversi. «Diceva che i prodotti chiusi sono una truffa. Se puoi aprirlo, puoi salvarlo.»
Mei approvò. «Mi piace sempre di più.»
«Se lo troviamo, potete sposarvi.»
«Prima controllo come salda.»
Il primo impulso radio arrivò.
Sira non respirò.
Mei misurò intensità e direzione. «Non basta per una posizione.»
«Ma si muove.»
«Sì.»
Ennio guardò la linea sul display. Non era un log storico. Era qualcosa che stava accadendo adesso.
Per la prima volta, l'indagine non inseguiva un'assenza.
Inseguiva una presenza.\n Ivo Sern non si presentò al turno quella notte.
Sul pannello risultava “assenza autorizzata”.
Ennio chiese chi l’avesse autorizzata.
Nessuno seppe rispondere.
Alle ventidue e quaranta, Mei lo chiamò.
«Ho trovato un video.»
«Di cosa?»
«Del convoglio.»
Ennio uscì dalla sala controllo e si chiuse in un vano scale.
«Dove?»
«Telecamera termica di sicurezza, tratta sei.»
«Quella tratta non è più monitorata.»
«Non dal sistema ferroviario.»
«Da chi?»
«Rete incendi.»
Ennio sorrise per la prima volta da ore.
«I sistemi separati.»
«Esatto. Se cancelli una cosa dal posto sbagliato, sopravvive altrove.»
«Mandamelo.»
«Non sul telefono.»
«Perché?»
«Perché non sono stupida.»
Si incontrarono a mezzanotte in un’officina sotto Porta Sud.
Mei aveva la caviglia fasciata e un ologramma aperto sul tavolo.
L’immagine era granulosa.
Tunnel.
Binari.
Ora: 03:17:19.
Una massa calda entrava nell’inquadratura.
Convoglio.
«È lui.»
Mei ingrandì.
«Serie M-0 modificata.»
«Quante ne esistono?»
«Ne esistevano sei.»
«E adesso?»
«Ufficialmente zero.»
Il convoglio passò.
Sei vagoni.
Finestre oscurate.
«Puoi vedere dentro?»
«Termico.»
Mei regolò il contrasto.
Sagome.
Molte.
Sedute.
Ennio si avvicinò.
«Quante?»
«Ventisette.»
«Ventisette persone.»
«O ventisette fonti di calore compatibili con persone.»
«Mei.»
«Non faccio conclusioni prima dei dati.»
Ennio la guardò.
«Sei peggio di me.»
«Lo so.»
Il convoglio uscì dall’inquadratura.
Poi il video continuò.
Dopo venti secondi, due uomini a piedi attraversarono il tunnel.
Uno zoppicava.
«Quelli che ci inseguivano?»
«Forse.»
«Puoi riconoscerli?»
«No.»
Mei spostò il video avanti.
Alle 03:19 la telecamera andò nera.
«Guasto?»
«No.»
«Come lo sai?»
«Perché il sensore continua a mandare heartbeat.»
«Quindi qualcuno ha cancellato il flusso.»
«Esatto.»
Ennio sentì il telefono vibrare.
Messaggio anonimo.
FERMATI.
Lo mostrò a Mei.
«Molto originale.»
«Numero?»
«Mascherato.»
«Ignora.»
•
Tra un passaggio e l'altro, Sira e Mei finirono a parlare di come costruire un'antenna senza farla vedere. smontarono il ricevitore e lo nascosero in una vecchia insegna luminosa.
Mei rispose dopo un momento. «Nemmeno io sapevo quale fosse questo.»
«Molto confortante.»
«Non voleva esserlo.»
La competenza di sira non era solo rabbia.
«Tu ignori minacce spesso?»
«Sì.»
«Quante?»
«Abbastanza.»
Il telefono vibrò di nuovo.
Questa volta un’immagine.
Ennio la aprì.
Sira.
Fotografata dall’altra parte della strada, mentre entrava in un edificio.
Ennio sentì la gola chiudersi.
«Merda.»
Chiamò.
Nessuna risposta.
Ancora.
Niente.
Mei prese il cappotto.
«Andiamo.»
«Dove?»
«Da lei.»
«Non sai dove vive.»
Ennio sì.
L’indirizzo era nel fascicolo del fratello.
Arrivarono venticinque minuti dopo.
La porta dell’appartamento era aperta.
Ennio entrò per primo.
«Sira?»
Nessuna risposta.
Soggiorno piccolo. Tavolo rovesciato. Un bicchiere rotto.
Mei indicò il pavimento.
«Sangue.»
Poco.
Una striscia.
Ennio sentì il panico.
«Sira!»
Un rumore dal bagno.
Ennio corse.
La porta si aprì.
Sira aveva una pistola in mano.
«Fermi.»
Ennio si bloccò.
«Sono io.»
Lei abbassò l’arma.
«Dove cazzo eri?»
«Io?»
«Mi hanno seguita.»
«Lo so.»
«Come lo sai?»
Ennio mostrò la foto.
Sira sbiancò.
«Questa quando è stata fatta?»
•
A parcheggio di servizio, il segnale del tracker rimbalzava sulle torri e sembrava arrivare da tre direzioni. Mei disse che perfino una presenza vera può sembrare tre menzogne.
Fu una consolazione modesta. Anche una responsabilità.
«Poco fa.»
«Chi te l’ha mandata?»
«Non lo so.»
Sira indicò il sangue.
«Uno è entrato.»
«Uno?»
«L’ho sentito. Ho preso la pistola. Gli ho sparato.»
Ennio guardò il pavimento.
«L’hai colpito?»
«Credo.»
«Dov’è?»
«Scappato.»
Mei esaminò la striscia.
«Non è molto sangue.»
«Basta per un campione?»
«Non sono un laboratorio.»
Sira guardò Mei.
«Tu chi sei?»
«Quella che lo tiene vivo.»
«Non sembra brava.»
«Nemmeno tu.»
Ennio alzò una mano.
«Basta.»
Sira lo fissò.
«Hai trovato Nilo?»
«No.»
«Allora cosa hai trovato?»
Ennio esitò.
Poi le mostrò il video.
Sira guardò le sagome nel vagone.
«Potrebbe essere lì.»
«Potrebbe.»
«Dove va?»
«Non lo sappiamo.»
«Ma sapete dove passa.»
«Sì.»
«Allora lo fermiamo.»
Ennio scosse la testa.
«Non possiamo fermare un convoglio.»
«Perché?»
«Perché non sappiamo chi lo gestisce.»
«E quindi aspettiamo?»
«Indaghiamo.»
Sira rise.
«Indagare è aspettare con una parola migliore.»
Mei si avvicinò.
«No. Indagare è evitare di morire prima di sapere dove sparare.»
Sira la guardò.
«Mi piaci.»
Ennio tornò al video.
Mise in pausa su una finestra.
Una delle sagome era in piedi.
Mano contro il vetro.
La stessa che avevano visto a Bovisa.
Mei aumentò il contrasto.
Sul polso della sagoma c’era una zona più fredda.
Un bracciale.
Sira si avvicinò.
«Nilo ne aveva uno così.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«Cos’era?»
«Un vecchio tracker da lavoro.»
«Perché non compare nei segnali?»
Sira lo guardò.
«Perché non era connesso alla rete pubblica.»
«Come funzionava?»
«Radio locale.»
Il sangue lasciato nell'appartamento di Sira non bastava per una prova forense ufficiale, ma Mei raccolse comunque due tamponi con un kit da manutenzione sanitaria.
«Dove hai preso quello?» chiese Ennio.
«Macchine di emergenza.»
«Le derubi spesso?»
«Le manutengo. È diverso.»
Sira sedeva al tavolo con la pistola smontata davanti. Le mani le tremavano leggermente. Solo quando cercava di inserire il caricatore Ennio se ne accorse.
«Hai sparato a qualcuno,» disse.
«Aveva sfondato la porta.»
«Non ti sto accusando.»
«Sembra.»
«Sto dicendo che forse dovresti sederti.»
«Sono seduta.»
Ennio lasciò perdere.
Mei posò i tamponi in due capsule. «Se il tizio è in qualche banca dati pubblica, non lo sapremo. Non posso interrogare sistemi di polizia.»
«Ma?» chiese Sira.
«Ma il sangue può dirci se ha impianti, farmaci, cose industriali.»
«Come?»
«Con un laboratorio non troppo curioso.»
Sira la guardò. «Ne conosci uno?»
«Conosco gente curiosa nel modo giusto.»
Ennio tornò al video termico. Ventisette sagome. Mise in pausa su ogni finestra, una per una. Alcune erano sedute, altre sdraiate. Nessuno sembrava libero di muoversi nel corridoio.
«Non sono soltanto trasferimenti,» disse.
Mei stava ancora lavorando. «Non lo sappiamo.»
«Venti-sette persone su un treno che non esiste.»
«Questo lo sappiamo.»
Sira avvicinò il volto allo schermo. «Quello lì.»
«Il bracciale?»
«Sì. Nilo aveva un tracker da quando lavorava sulle consegne per Orsa. Non per lui. Per i droni.»
«Perché lo portava al polso?»
«Lo usava come ricevitore. Aveva modificato il firmware.»
Mei sorrise. «Mi sta simpatico.»
«Non l'hai mai visto.»
«Mi basta questo.»
Sira trovò il manuale e poi una vecchia discussione tecnica in una cache pubblica. Frequenza industriale, potenza minima, ping periodico.
«Se è acceso da giorni, la batteria?» chiese Ennio.
«Il tracker si ricarica per induzione vicino ai sistemi di bordo,» disse Sira.
Mei la guardò. «Vicino a motori e alimentazione potrebbe sopravvivere settimane.»
Per la prima volta da quando erano entrati, Sira sorrise davvero. Durò poco.
Il telefono di Ennio vibrò con un messaggio anonimo. FERMA.
Poi la foto di Sira.
La stanza cambiò.
Non era più un'indagine. Era una linea di tiro.
Ennio controllò finestre, balcone, corridoio. «Da quanto ti seguono?»
«Non lo so.»
«Hai notato qualcuno?»
«Da stanotte vedo sospetti ovunque.»
Mei chiuse le tende. «È una risposta sana.»
«Non fa ridere.»
«Non era una battuta.»
Ennio aprì la foto. Sullo sfondo c'era il riflesso di una vetrina. Ingrandì. Una sagoma con cappuccio. Nessun volto. Ma dietro, un display mostrava l'orario.
La foto era stata scattata undici minuti prima.
«Sono vicini.»
Sira caricò l'arma.
«No,» disse Ennio.
«No cosa?»
«Non trasformare casa tua in un posto dove aspettarli.»
«E cosa facciamo?»
«Usciamo da un'altra parte.»
Mei indicò la finestra del bagno. «Scala tecnica.»
Sira la guardò. «Come fai a saperlo?»
«Abito in una torre uguale.»
Lasciarono l'appartamento dal lato posteriore e scesero tre piani dentro un vano di servizio. Per quasi mezz'ora cambiarono ascensori, passerelle e livelli pedonali, usando la città verticale come una rete di fuga. Ennio si rese conto che Sira conosceva più passaggi non ufficiali di lui.
«Da ragazza facevo consegne,» spiegò.
«Legali?»
«Abbastanza.»
Mei rise piano.
Si rifugiarono in un parcheggio vuoto sopra una lavanderia industriale. Da lì, Mei montò l'antenna usando una barra di metallo, un ricevitore e due batterie.
La prima scansione non diede nulla.
La seconda trovò rumore.
La terza, alle 03:16, produsse un impulso.
Sira trattenne il fiato.
Cinque secondi.
Un altro.
Cinque.
Un altro.
«È lui?»
Mei guardava i numeri. «È un dispositivo che parla esattamente come il suo.»
«È lui.»
Ennio non la corresse.
Sul ricevitore comparve una direzione.
Nord-est.
Il segnale si muoveva.\n Mei si voltò.
«Frequenza?»
Sira prese il telefono.
•
Sira ricordò il ping del tracker mentre attraversavano parcheggio sopra la lavanderia. Nilo aveva modificato il firmware per non dipendere dalla rete pubblica.
Una presenza debole può essere più vera di un registro perfetto. Le cospirazioni erano rare. Gli automatismi no.
«Posso cercarla.»
Ennio sentì una possibilità aprirsi.
Non avevano bisogno dei log ufficiali.
Avevano bisogno di ascoltare.
Tre minuti dopo Sira trovò il manuale del tracker.
Mei lesse.
«Banda industriale.»
«Possiamo seguirla?»
«Se è acceso.»
«E se è dentro quel convoglio?»
Mei sorrise.
«Allora il vagone fantasma smette di essere fantasma.»