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CAP. 09 / 24
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CAPITOLO 09 / 24

Il manutentore cieco

Ishaan Moro

Il manutentore cieco

Orsi preparò il tè mentre parlava della rete come se stesse descrivendo persone morte. Conosceva ogni nodo dal suono delle pompe e ogni tipo di treno dalla vibrazione nel pavimento.

«Il M-0 aveva un difetto,» disse. «Quando frenava, la seconda valvola rispondeva in ritardo. Due note. Sempre quelle.»

Ennio e Mei si guardarono.

«Quindi il segnale non è un allarme?»

«È il circuito pneumatico.»

«Ma lo sentiamo anche dai lettori.»

«Perché i tecnici lo copiarono come tono di sincronizzazione. Era più facile riconoscerlo.»

Un suono meccanico diventato segnale digitale. Cinquant'anni di stratificazione condensati in due note.

Orsi raccontò della notte in cui perse la vista. Aveva trovato un convoglio con persone legate. La squadra ufficiale disse che erano detenuti giudiziari. Una donna gli gridò che non era vero. Orsi provò ad aprire il registro. Il sistema negò. Poi arrivò l'arco elettrico.

«Pensi che sia stato fatto apposta?» chiese Ennio.

«Non lo so.»

«Tu?»

«Ho passato vent'anni a decidere se volevo saperlo.»

«E?»

Orsi sorrise. «Sono ancora qui.»

Mei abbassò lo sguardo.

«Non sentirti in colpa,» disse Orsi verso di lei. «Ti ho insegnato io a fare domande.»

«Mi hai insegnato a mettere i guanti.»

«Dopo.»

Sira chiese della donna nella fotografia, Marta Velas.

«Era la più brava di tutti noi,» disse Orsi. «Credeva che se compartimentavi abbastanza il potere, nessuno avrebbe potuto abusarne completamente.»

«Ha funzionato?»

«Guardatevi.»

Orsi spiegò che Zero era stato progettato senza un unico amministratore. Chi controllava rotte non vedeva identità. Chi vedeva identità non vedeva committenti. Chi autorizzava i pagamenti non vedeva destinazioni.

«Sembra sicuro.»

«Lo era contro un dittatore. Non contro un mercato.»

Ennio capì. Se nessuno poteva vedere tutto, nessuno poteva fermare l'insieme quando ogni pezzo veniva comprato separatamente.

Fu quella frase, più della mappa, a cambiare l'indagine. Non cercavano più una stanza segreta. Cercavano un sistema di responsabilità spezzata.\n La piattaforma si fermò con un colpo che fece vibrare i denti.

Per qualche secondo nessuno parlò. Dal pozzo sopra di loro non arrivavano più spari, soltanto il gemito lontano della cremagliera e l’eco di qualcosa che si muoveva in un livello diverso.

Mei guardò il display.

«DF-1.»

«Deposito Freddo,» disse Ennio.

Sira scese per prima.

«Nilo.»

«Aspetta.»

«Non aspetto più.»

Il corridoio oltre la piattaforma era così freddo che il vapore del respiro si formava davanti alla bocca. Pareti in cemento nudo, tubazioni isolate, porte senza maniglie. Il contrasto con il calore della SottoLinea era violento.

Mei abbassò la voce.

«Questo posto non raffredda solo macchine.»

Ennio la guardò.

«Come lo sai?»

«La temperatura. Dodici gradi. Troppo alta per server, troppo bassa per lavorarci senza motivo.»

Sira illuminò il pavimento.

Tracce di ruote.

Non binari.

Carrelli.

Una porta si aprì da sola una ventina di metri più avanti.

I tre si fermarono.

Nessuno uscì.

«Invito?» sussurrò Sira.

«Trappola,» disse Mei.

Ennio osservò la luce oltre l’apertura. Bianca, clinica. Gli tornò in mente il lampo visto dietro Porta 2 a Bovisa.

«Andiamo indietro.»

Sira fece un passo verso la porta.

«No.»

«Se Nilo è qui—»

«Se Nilo è qui, correre dentro una stanza preparata da chi ci ha sparato non lo aiuta.»

Lei si voltò, furiosa.

«Tu hai sempre una ragione per aspettare.»

«E tu ne hai sempre una per farti ammazzare.»

Mei si mise in mezzo.

«Litigate dopo. Abbiamo compagnia.»

Dal pozzo arrivò il rumore della piattaforma che risaliva.

Qualcuno la stava richiamando.

Mei indicò un corridoio laterale.

Corsero.

Il passaggio terminava in una galleria di servizio piena di tubi. Dietro di loro, una voce amplificata disse:

«Ennio Ravel.»

Lui si fermò.

Sira lo strattonò.

«Non rispondere.»

«Sappiamo chi siete,» continuò la voce. «Non vogliamo farvi del male.»

Mei mormorò: «Hanno un modo curioso di dimostrarlo.»

«Lasciate il livello. Il ragazzo che cercate non è qui.»

Sira si voltò verso l’altoparlante.

«Dov’è?»

Ennio le coprì la bocca troppo tardi.

La voce tacque.

Poi:

«Sira Venn. Non costringerci a cambiare procedura.»

Lei impallidì.

Ennio sentì la paura diventare concreta. Non erano più tre intrusi anonimi. Il sistema li aveva identificati.

Mei aprì una botola laterale.

«Qui.»

Dietro c’era una scala di servizio che saliva verso un condotto verticale.

Salirono per quasi dieci minuti.

Quando emersero, si trovarono in un locale caldaie abbandonato a due chilometri dalla stazione più vicina.

Sira si piegò sulle ginocchia.

«Non era lì.»

«Non lo sappiamo,» disse Ennio.

Lei gli rivolse uno sguardo che avrebbe voluto ferirlo.

Mei indicò la parete.

Una vecchia targa:

MANUTENZIONE LINEE PROFONDE — SETTORE 4.

Sotto, qualcuno aveva inciso un nome con un punteruolo.

•

Tra un passaggio e l'altro, Orsi e Mei finirono a parlare di il giorno dell'incidente che le costò il braccio. Orsi le chiese scusa e Mei rifiutò di trasformare l'incidente in una colpa semplice.

«Non pensavo che saremmo arrivati a questo,» disse Orsi.

Mei rispose dopo un momento. «Nemmeno io sapevo quale fosse questo.»

«Molto confortante.»

«Non voleva esserlo.»

Le relazioni sopravvivono quando accettano responsabilità senza ridurla a un colpevole unico.

V. ORSI.

Mei lo toccò.

«Valerio Orsi.»

«Chi?»

«Il manutentore che mi parlava delle linee fantasma.»

Ennio si avvicinò.

«È vivo?»

«Sì.»

«Dove?»

«Se non si è spostato, Barona Bassa.»

«Andiamo.»

Mei scosse la testa.

«Adesso no. Orsi non riceve nessuno di notte.»

Sira rise.

«Per fortuna noi abbiamo orari normali.»

*

Valerio Orsi viveva in un appartamento al livello ventitré di una torre senza ascensori funzionanti.

Aprì la porta prima che bussassero.

Aveva gli occhi bianchi.

«Mei,» disse.

Lei si fermò.

«Come fai a sapere che sono io?»

«Trascini ancora il piede sinistro quando sei nervosa.»

«Adesso ho anche una distorsione.»

«Il rumore è diverso.»

Orsi aveva settantasei anni e un viso scavato, con due piccoli impianti acustici dietro le orecchie. Era diventato cieco in un incidente elettrico vent’anni prima.

Li fece entrare.

Ennio spiegò soltanto il necessario.

Quando pronunciò M-0, Orsi smise di muoversi.

«Dove l’avete sentito?»

«Visto,» disse Sira.

«Peggio.»

«Cos’era?» chiese Ennio.

Orsi si sedette.

«Convoglio logistico a trazione ibrida. Poteva muoversi su rete ordinaria, linee industriali e piattaforme di discesa. Costruito per evacuazione e trasporto materiale durante le rivolte del diciassette.»

«Perché è stato dismesso?»

«Perché era un mostro.»

«In che senso?»

«Troppo pesante, troppo rumoroso, troppe parti proprietarie. E perché aveva accesso a una rete che la città decise di dimenticare.»

«La rete sotto la rete.»

Orsi sollevò il mento.

«Chi ti ha detto questa frase?»

•

A casa di Orsi, il vecchio riconobbe il rumore del drone prima di tutti. Mei smise di trattarlo come un mentore fragile e tornò a vederlo come il tecnico più attento che conoscesse.

Fu una consolazione modesta. Anche una responsabilità.

«Nessuno.»

«Meglio.»

Mei posò sul tavolo la registrazione audio di Nilo.

«Ascolta.»

Orsi non aveva bisogno di cuffie. Chiuse gli occhi inutili e ascoltò i sette secondi tre volte.

Alla quarta, fermò Mei prima della fine.

«Non è un freno.»

«Cosa?»

«Quello che sentite dopo l’urto. Non è pneumatica di frenata.»

«Cos’è?»

«Compensazione di pressione.»

Ennio sentì la pelle delle braccia tendersi.

«Perché dovrebbe compensare pressione?»

Orsi girò la testa verso di lui.

«Perché sta scendendo.»

Sira si avvicinò.

«Quanto?»

«Molto.»

«Dove?»

Orsi rimase in silenzio.

Poi disse:

«C’è una fermata che non è mai stata una fermata. La chiamavamo Zero.»

Mei lo guardò.

«ZK-9?»

L’anziano impallidì.

«Dove hai visto quel codice?»

«Su una mappa.»

Orsi si alzò bruscamente.

«Andate via.»

«Valerio—»

«Via.»

Sira gli si mise davanti.

«Mio fratello potrebbe essere lì.»

«Allora tuo fratello è in un posto dove non dovresti seguirlo.»

«È vivo?»

Orsi non rispose.

Ennio riconobbe la stessa esitazione dell’uomo in giacca grigia.

«Tu sai cosa fanno.»

Orsi girò il volto verso di lui.

«So cosa facevano quando la rete era pubblica.»

«E adesso?»

«Adesso sento i treni.»

«Da qui?»

«La notte. Le vibrazioni salgono nelle colonne portanti.»

Mei si chinò sul tavolo.

«Quante corse?»

«Tre, qualche volta quattro.»

«Passeggeri?»

«Non vedo.»

«Ma senti.»

Orsi serrò le labbra.

«Sento persone che non vogliono fare rumore.»

Nessuno parlò.

L’anziano aprì un cassetto e tirò fuori un foglio di plastica piegato.

Orsi non consegnò la mappa prima di averli fatti sedere e ascoltare.

«La rete profonda non è nata criminale,» disse. «Questa è la prima cosa che dovete capire.»

Sira era impaziente. «Non mi interessa come è nata.»

«Dovrebbe. Le cose pericolose durano perché un tempo sono state utili.»

L'appartamento di Orsi era pieno di suoni. Piccoli campanelli legati alle porte, una radio a onde corte, un bollitore che fischiava piano. Ennio capì che il vecchio aveva costruito un mondo in cui nulla poteva avvicinarsi senza fare rumore.

«Durante le rivolte del diciassette,» continuò Orsi, «la rete pubblica era un bersaglio. Bombe sui ponti, blocchi alle stazioni, sabotaggi. La città costruì percorsi di emergenza per spostare feriti, personale, materiale. Alcuni già esistevano. Altri vennero scavati in fretta.»

«Zero?» chiese Mei.

Orsi inclinò la testa. «Zero era un nodo di coordinamento.»

«Dove?»

«Non lo so.»

Sira sbatté una mano sul tavolo. «Tutti non sanno niente.»

Orsi sorrise. «Io sono cieco, ragazza. Non onnisciente.»

Sira si scusò con un respiro.

«Zero non aveva indirizzo,» disse Orsi. «Aveva percorsi. Ogni squadra ne conosceva uno. Nessuno la rete intera.»

Ennio pensò a Ivo e alla compartimentazione. «Perché?»

«Perché se uno parlava, non poteva vendere tutto.»

«Chi la gestiva?»

«All'inizio Protezione Civica, Mobilità, polizia, ospedali. Poi arrivarono i contratti privati. Le città amano esternalizzare ciò che non vogliono vedere.»

Mei appoggiò il campione di resina sul tavolo. «K-14.»

Orsi annusò la bustina. «Tratta sei.»

«Come fai a—»

«L'odore cambia quando invecchia. Questa è recente.»

Ennio lo guardò. «Hai lavorato sotto fino a quando?»

«Fino a quando ho smesso di vedere.»

«Incidente?»

Orsi rimase in silenzio.

Mei disse piano: «Valerio.»

Il vecchio passò le dita sugli impianti acustici. «Un arco elettrico. Ufficialmente.»

«E non ufficialmente?» chiese Ennio.

«Avevo aperto una porta che non dovevo aprire.»

Sira si sporse. «Cosa c'era?»

«Persone.»

«Prigioniere?»

«Alcune volevano essere lì.»

«E le altre?»

Orsi non rispose.

Ennio sentì la stessa ambiguità che Ivo gli aveva gettato davanti: una rete capace di proteggere e sequestrare, a seconda di chi pagava e chi teneva le chiavi.

«Quando hai capito che era cambiata?»

«Quando i nomi sono spariti dai fogli. Prima c'erano pazienti, squadre, destinazioni. Poi solo codici. PAX. ASSET. RECOVERY.»

«PAX significa passeggeri.»

«Significa persone che qualcuno ha deciso di trattare come carico.»

Sira abbassò lo sguardo.

Orsi si alzò e raggiunse un armadio senza esitazione. Tirò fuori una scatola di latta. Dentro c'erano vecchie tessere, chiavi, fotografie stampate.

«Questa.»

Porse una foto a Mei.

Mostrava un convoglio M-0 fermo su una piattaforma. Accanto, una squadra di tecnici. Orsi era più giovane. Dietro di lui, una donna con capelli corti e una giacca civile.

Mei avvicinò la foto. «Chi è?»

«Marta Velas.»

«Ruolo?»

«Coordinamento sicurezza.»

Ennio fotografò il volto. «È ancora in città?»

«Se lo è, non usa quel nome.»

Orsi prese la fotografia e la rimise nella scatola. «Non cercate lei prima di capire la rete.»

«Perché?»

«Perché Velas credeva davvero che Zero salvasse vite.»

«E le persone che non volevano sparire?» disse Sira.

«È così che cominciano i sistemi peggiori. Con qualcuno convinto che la propria eccezione sia necessaria.»

Dalla strada arrivò il rumore di un drone. Orsi inclinò la testa.

«Uno solo?» chiese Mei.

«Due.»

Ennio non sentiva il secondo.

Orsi si alzò. «Avete portato compagnia.»

Mei andò alla finestra. Due piccoli droni neri stazionavano sopra il cortile. Nessun logo.

«Ci hanno trovati.»

Orsi non sembrò sorpreso. Prese la mappa. «Allora è ora che andiate.»

«E tu?»

«Io vivo qui da diciotto anni. Se volevano prendermi, sanno dove.»

Mei strinse la mascella. «Vieni con noi.»

«No.»

«Valerio.»

«La mia corsa è finita molto tempo fa.»

Posò la mappa nelle mani di Mei. «La vostra no.»\n Lo porse a Mei.

«Questa è l’ultima mappa che ho tenuto.»

Mei la aprì.

•

Nel silenzio di appartamento di Barona, Orsi osservò le due note del M-0 e si accorse che la parte più difficile non era trovare nuovi fatti. aveva perso la vista dopo aver aperto una porta sbagliata.

Orsi aveva usato quelle parole per anni senza malizia.

Le infrastrutture sopravvivono alle intenzioni di chi le costruisce.

Orsi annotò mentalmente il dettaglio e lo lasciò aperto. La tentazione di chiudere era ancora lì. Solo che adesso sapeva riconoscerla.

Linee nere, nodi, raccordi.

Molti coincidevano con la mappa fotografata nella sala controllo.

Al centro, una zona cancellata con un rettangolo di inchiostro.

Sopra c’era scritto a mano:

ZERO.

Orsi indicò il foglio senza vederlo.

«Se ci andate, non usate i percorsi che conoscete.»

«Perché?» chiese Ennio.

«Perché loro conoscono quelli che conoscete.»

«E quale percorso dovremmo usare?»

Orsi sorrise per la prima volta.

«Quello che i tornelli non ricordano.»